Testimonianze

La narrazione più diffusa racconta che in Italia si legga poco e che si acquistino pochi libri.

Ma nessuno si avventura ad argomentare con un plausibile pensiero sottostante. E che cioè il tempo della lettura è avvertito, nemmeno tanto inconsapevolmente, come tempo perso. E cioè sottratto al lavoro (tempo produttivo per definizione) e comunque a tutte quelle attività che riguardano l’ambito del nostro “tempo esterno”.

Siamo così ossessionati dalla nostra dimensione “pubblica” da costringerci ad occultare, come polvere sotto il tappeto, tutto quello che riguarda la nostra sfera privata: così la lettura, come anche la malattia.
Ecco che le due narrazioni si intersecano.
Anche la malattia così, in quanto tempo sottratto alla produzione, condanna l’individuo malato (ma ciò vale anche per anziani e disabili) all’esilio in una sorta di non luogo dello spirito che definirei “isolamento sociale”.
Ecco perché la lettura può servire (anche nella malattia) a ricondurre ad unità questo puzzle esistenziale del nostro tempo alienato.
La lettura può fare a ragione parte di qualsiasi terapia.
Perché se è vero che rappresenta la premessa di ogni lavoro di ricerca di una ricomposta personale unità mente/spirito, costituirà anche il logico complemento di ogni efficace e durevole percorso di guarigione.
Giuseppe Sunseri


Ho iniziato prestissimo a leggere, passione che mi ha accompagnato, supportato e coccolato da sempre. Posso dire, senza sembrare esagerata, che ogni libro è stato un amico, invisibile, che mi è rimasto sempre fedele; ha saputo darmi momenti di grande serenità, di buonumore, capacità di riflessione, ma soprattutto momenti di gioia e relax assoluto. Quando siamo insieme, niente e nessuno ci disturba, siamo nella quiete ed il rumore intorno non lo sentiamo. Quando, nella mia vita, ho dovuto fare i conti con una realtà che facevo fatica ad accettare, quella di non potere procreare, quando mi sentivo sola e disperata, quando pensavo di non trovare equilibrio e pace, il libro riprese il suo ruolo di amico e, in quel periodo, il mio consolatore.                                           Angela Licari

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